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La grande sfida di una riforma del lavoro

La struttura della disoccupazione italiana si è sempre distinta nel corso degli anni per almeno due caratteristiche peculiari: da un lato, presenta una grande disparità tra Nord e Sud del paese, dall’altro riguarda soprattutto i giovani e le donne.
A testimonianza del permanente squilibrio strutturale del nostro mercato del lavoro, nel 2010 i dati Istat hanno evidenziato un tasso di disoccupazione del 6.4% al Centro-Nord e del 13.4% al Sud. Ma la vera e propria emergenza è tra i giovani che vanno dai 15 ai 24 anni; a gennaio 2012 infatti il tasso di disoccupazione generale si è attestato all’9.2%, quello di disoccupazione giovanile invece è stato pari al 31.1%. Nel Mezzogiorno poi il tasso di occupazione giovanile è giunto ad appena il 31.7%, in pratica al Sud lavora meno di un giovane su tre.
In più il welfare italiano tradizionalmente si è sempre mostrato più sensibile ad aiutare i lavoratori in difficoltà piuttosto che favorire formazione e creazione di occupazione.
In sostanza l’Italia ha sempre speso poco per le politiche attive del lavoro, quelle volte a creare nuova occupazione, tanto che nel 2011 la distanza tra le risorse pubbliche investite nelle politiche attive del lavoro e quelle invece spese l’anno prima per sostenere il reddito dei lavoratori, presenta uno sbilanciamento a favore delle seconde di uno a dieci, 2.4 miliardi contro 24.2 miliardi.
Nel corso degli ultimi quindici anni poi, il nostro Paese ha avviato politiche del lavoro da un lato volte ad ampliare la flessibilizzazione in entrata, con l’introduzione di diverse tipologie contrattuali “atipiche”, oggi più di quaranta, dall’altro volte ad abolire il regime monopolistico del collocamento pubblico, gettando le basi per la costruzione di un sistema di servizi per l’impiego fondato sulla compartecipazione di soggetti pubblici e privati.
Oggi, dinanzi ad un tasso di occupazione giovanile tra i più bassi d’Europa (47% contro il quasi 60% della media Ue), il governo Monti sembra voglia finalmente mettere mano al pesante dualismo che contraddistingue il nostro mercato del lavoro: da una parte i protetti dalle leggi e dai contratti, dall’altra i precari quasi senza leggi e diritti contrattuali.
La condizione imprescindibile per aumentare il tasso di occupazione e migliorare le condizioni del mercato del lavoro è tuttavia la crescita economica. Per far si che questo avvenga, occorre innanzitutto costruire un’Europa forte, credibile, solidale, che sappia progettare un piano strategico per il lavoro e sappia poi anche regolarlo, con fermezza e trasparenza. L’Europa cresce solamente se con lei crescono tutti gli Stati aderenti.
Quanto all’Italia, è necessaria una riforma del sistema delle tutele con l’introduzione di nuovi ammortizzatori sociali che riequilibrino il mercato del lavoro, eliminando le attuali difformità tra le diverse categorie di lavoratori e che anziché far conservare il posto di lavoro traghettino i lavoratori verso una nuova occupazione. In merito all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, invece, è giusto che non venga considerato un tabù, ma allo stesso tempo riformarlo non può significare legalizzare il diritto di licenziare con la stessa facilità con cui ormai non si assume più. Ad ogni modo, la riforma dell’articolo 18 non può comunque prescindere da un accordo con le parti sociali, perché ciò che sicuramente non serve in questo momento al Paese è creare e alimentare ulteriori e dannose tensioni sociali.
Occorre poi una nuova regolamentazione che favorisca l’emersione del lavoro, migliori le condizioni di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e disciplini in maniera certa, chiara e non discriminatoria le regole della rappresentanza sindacale.
Indispensabile è poi il rafforzamento delle politiche attive; occorre incentivare l’occupazione e la formazione professionale, creare direttamente nuovi posti di lavoro, sostenere le imprese, a cominciare da quelle con capitale sociale detenuto da giovani, favorire l’inserimento lavorativo dei soggetti in difficoltà, modernizzare e valorizzare i Servizi per l’impiego.
Grandi sfide da affrontare, le quali però condividono tutte lo stesso ambizioso obiettivo, ridurre l’area della disoccupazione e della precarietà, perché in fondo chiunque baratterebbe volentieri l’incertezza del futuro con la monotonia di un posto fisso.

Ultima modifica il Venerdì, 26 Ottobre 2012 13:42
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